Foglietto settimanale dal 12 al 19 Maggio 2024 – Ascensione – Anno B

Vivere un nuovo inizio

La vita è segnata da passaggi, attraverso i quali entriamo in situazioni nuove, ma la fine non è mai solo la fine, è sempre anche un nuovo inizio, e oggi la conclusione del Vangelo di Marco e l’inizio degli Atti degli Apostoli ci aiutano a contemplarne questa dinamica.

Nel Vangelo Gesù prende congedo dai discepoli, è la fine di un tempo fondamentale per la loro vita, ed è il momento delle raccomandazioni importanti: i discepoli sono invitati a restare a Gerusalemme, a non scappare, e affrontare la persecuzione.

L’incipit degli Atti degli Apostoli racconta il nuovo inizio, la nascita della comunità cristiana. Ciò che sembrava la fine si trasforma in una realtà nuova, l’invito di Gesù ad andare ad annunciare a raccontare l’esperienza, diventa tempo di apertura, di missione, ma soprattutto tempo di responsabilità, di mettersi alla prova, di trasmettere quello che hanno appreso.

Ma soffermiamoci sul verbo che Vangelo e Atti usano “fu elevato” verbo nella forma passiva, la vita di Gesù si conclude con una consegna al Padre: è Lui che lo eleva, lo accoglie nel luogo da cui è venuto.

Nell’ascensione possiamo contemplare il senso di ogni vita: la vita si compie quando diventa consegna al Padre.

Questo nuovo inizio comincia però con una comunità imperfetta: non sono più dodici ma undici! I Dodici Apostoli numero così significativo per la storia di Israele appare corrotto, debilitato, impoverito diventa segno di una comunità che è passata attraverso la prova, ha sperimentato le fughe, i tradimenti. È una comunità fragile, ma autentica, perché conosce i propri limiti.

Ma come precisa il Vangelo di Marco «il Signore agiva con loro»: se apparteniamo a Cristo, non saremo mai soli!

Sebbene chiamati ad affrontare situazioni impegnative, i discepoli agiscono come Gesù: confermano la Parola con segni, con gesti concreti, con la propria testimonianza, altrimenti le parole restano poco efficaci, e con il tempo non funzionano più.

Non è che oggi il nostro annuncio sia più concentrato nell’elaborare parole, piuttosto che testimoniarlo attraverso gesti concreti?

Anche noi siamo chiamati a scacciare i demoni della violenza, della guerra che generano divisione, i demoni dell’egoismo, della gelosia e dell’invidia. Siamo chiamati a trovare modi nuovi per parlare di Gesù a coloro che non lo conoscono; a non avere paura di affrontare i serpenti, cioè coloro che vogliono farci del male, perché se siamo con Gesù nessuno potrà recarci danno. Anche noi siamo chiamati ad imporre le mani ai malati: portare consolazione ai tanti malati di oggi, non solo fisici, ma anche spirituali, ai molti malati di tristezza, di solitudine, di cattiveria.

A noi come hai discepoli è rivolto l’invito di non stare “a guardare il cielo”: Gesù ritornerà come ha fatto all’inizio, attraverso l’umanità, dove si è mostrato bambino, inerme e fragile. Dobbiamo cercarlo e aspettarlo contemplando l’umanità, non con uno sguardo disincantato verso il cielo, ma mettendoci al servizio di tutti coloro a cui Dio ci ha inviato.

 

Chiediamoci allora: Qual è il tempo nuovo che il Signore mi chiede oggi di vivere? Quali segni accompagnano le mie parole nell’annuncio del Vangelo?